Contemporanea MashUp

Dal ghetto alle Folies Bergère, dagli slum sudafricani all’immaginario turistico, al jazz al rap, alle reminiscenze d’Africa (e d’Oriente) delle migrazioni.

Due spettacoli si sono stranamente intrecciati, rispecchiandosi a distanza, a Contemporanea 2017, a Prato, festival dedicato a declinare senza dogmi varie idee di “contemporaneo”. Inventato e diretto da Edoardo Donatini ormai molti anni fa, in questa edizione si chiede come le arti sceniche possano “Vivere al tempo del crollo” e presenta esperienze meticce, dagli ultimi resti del decostruzionismo performativo al docu-teatro di Milo Rau, che con il meraviglioso Empire narra le strade tortuose e dolorose delle migrazioni in un Impero ormai slabbrato, esploso. Non manca Massimiliano Civica che tiene un corso per insegnare agli attori a smettere di voler essere attori in creature di carta e convenzione come i personaggi e che fa da levatore a trovare la propria essenza, per quanto semplice disarmata perfino banale sia. E poi, il regista, si esibisce in un’emozionante divertente ironica densa conferenza-spettacolo sull’emozione del pudore, su come gli attori, quelli grandi, siano capaci di dosare gli effetti, usando il ritegno come arma, mettendo appena in mostra la passione, il sentimento che emerge, e subito distanziandoli da sé, per arrivare come una lacerante invisibile lancia nel petto dello spettatore.

Divagazioni. Ho visto, tra i tanti, un lunedì sera di città deserta (questa provincia che sembra sbocciare per vivere freneticamente di sera e di notte dal giovedì al sabato, e poi si prosciuga di gente, si ritrae, si rintana in attesa di un altro week-end), ho visto due spettacoli in strana distante sintonia. Mash di Annamaria Ajmone e Marcela Santander Corvalán e I’m Ok firmato Kinakelri.

 

Mash è una danza senza respiro in un grande spazio teatrale (il Fabbricone). Nell’espressione precedente sono celati perlomeno due errori, o menzogne. Sono tante danze e molti suoni intrecciati, con momenti di convulsione e altri di ieraticità, ectoplasmi in movimento frenetico e pose che tendono alla staticità per incidersi come figure memorabili, tra musiche diverse ricomposte, campionate, sovrapposte, un viaggio in mondi marginali dominati, mi sembra, tutti dalla negritudine e dalla voglia, dal bisogno di ritmo di movimento che ha con sé, l’emarginazione e l’esibizione, il dolore delle condizioni di vita e la gioia di essere. Ma forse c’è anche un po’ della raffinata gestualità simbolica d’Oriente, con accelerazioni e rallentamenti che alla fine ti danno l’idea di un precipitare, salire, scomparire, lampeggiare, vorticare. Che hanno in sé momenti di respiro, di silenzio, in cui il gesto sembra più puro, più raffinato, per poi tornare a “sporcarsi” come in un campetto di basket di ghetto, in una break dance gioiosa e devastata, in un sentimento di alterità che si fa linguaggio coinvolgente del corpo, anche quando si dosa nel ritegno, nel microgesto, nella reticenza corporea o, all’inverso, nel dono totale, energetico fino allo spreco, per poi ritornare raffinato iconico calligramma, ideogramma. Il senso finale è di stordimento. E di estasi. Come quando Annamaria Ajmone diventa una rossa figura baluginante in qualche inferno o in una danza posseduta da orixas, in qualche rosso paradiso della trance o della follia, del desiderio, fino all’evanescenza, e poi la luce riporta alla sala, con Marcela Santander in calzoncini sportivi e maglietta, tra le file degli spettatori. Poi ci riprendono, ci trasportano, ci rapiscono e allontanano in quello spazio vuoto come il mondo, pieno anche di ammiccamenti di samba o di nero varieté, di offerta di sé, di quel poco, di quel mondo corpo che si ha. In un palco immenso, con due mucchi di stracci colorati in due punti. Come il mondo.

 

Poi partiamo e, dopo una snervante attesa (i festival, le coincidenze tra gli orari, chi entra e chi esce dagli spettacoli, le strade della città deserta…), dopo entriamo in un camminamento medievale delle mura di Prato. I’m OK. Kebba Cham e Mohamed Ouwali: due ragazzi neri, alti, dai bei corpi magri e muscolosi. Spalla a spalla, con una coperta termica retta con la pressione dei dorsi e con le mani, percorrono, lentamente, il corridoio del cassero (così si chiama questo spazio) tra le due file di spettatori addossati alle antiche pietre. Un tubo, come un acceleratore di residui di storie, di mondi giustapposti. In fondo, ogni tanto, una macchina del vento romba. Intonano litanie, canti, chiacchiere: sembra di riconoscere in questi altri profughi la gioia e l’eredità di musiche di luoghi lontani (i loro?), frammenti pop di un mondo sempre più interconnesso, mentre la coperta termica, mantello d’oro e d’argento di poveri re naufraghi, non regge, si spezza, diventa più piccola. E la tensione dei corpi cresce, si scioglie, il tempo per percorrere le file degli spettatori sembra dilatarsi, moltiplicarsi, esplodere, precipitare, come i destini nel mare, all’arrivo sulla terra, al crollo, come gli organismi elementari delle origini del mondo vivo, come gli elementi nelle reazioni nucleari. Fino alla resurrezione degli applausi ai bei corpi, alle forti presenze, agli attori (diciamolo) che hanno forse qui “recitato” anche una storia che potrebbe essere a tragico o pure a lieto fine, con quelle magliette ben disegnate, con quei jeans attillati, con il tempo condiviso dell’azione e l’effetto e l’affetto dell’esibizione. Due corpi che hanno attraversato e scolpito di nostalgia di lontananze incrinate e di ruvidi, imprevisti panorami e orizzonti il solido antico corridoio nelle mura ancora non crollate nel lunedì notte di una città deserta. Piena solo di visoni.

(Ah, leggo nelle note di sala del primo spettacolo ricordato che “MashUp, in ambito musicale, indica una composizione interamente realizzata miscelando due o più samples, in modo libero, attraverso l’appropriazione e la manipolazione degli elementi”).

Dottor Dappertutto

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