Un monologhetto (teatrale?) per il Capodanno 2019 – quasi un sogno

limoni

“Conosci la terra dove fioriscono i limoni … laggiù laggiù vorrei tornare…” cantava Mignon, poco più che una bambina, camminando per la stanza in linea retta e in bilico come su una vertiginosa fune tesa ad attraversare una piazza.
Guglielmo tirò appena su gli occhi dal libro lasciando quel motivo cullante e sfuggente sullo sfondo della sua consapevolezza.
Dalle pagine gli balenava l’immagine di un antico portico – appena sfumato dalla nebbia che si infiltrava tra le sue colonne sottili e ristagnava nello spiazzo vuoto centrale evocando la figura di un vecchio straccione cieco e di un ragazzino, un pastorello, che lo conduceva per le strade di uno stridente mondo moderno, gonfi i piedi dal troppo andare, dal troppo soffrire – pensò Guglielmo, mentre si figurava quella chiesa severa senza le luci gialle e la città immersa in un buio antico.
Teatro della vita – pensò – esposta ai rovesci del destino, mentre Mignon melodiava di valloni alpini – ancora nebbia, ma quella costituita di pesanti vapori gassosi di nubi pronte a precipitare in pioggia sferzante o neve – e salmodiava di draghi appostati in grotte tra i dirupi.
Dalla piazza grande, o forse chissà da dove, alle prime luci dell’alba ancora pulsava musica pompata ritmica ossessiva da pesanti sistemi di amplificatori.
Guglielmo vide il mare – là in fondo a quel viaggio che lo invita a ritornare, indietro, indietro alla terra dove la ragazza era nata o che forse aveva solo sognato – limoni dorati, aranci soleggiati, templi persi nel riflesso di acque cristalline e profonde blu Klein, arcaici costumi gentili di comunità e feroci censure di società asfittiche, barricate contro l’avanzata inarrestabile del disordine, dell’altro. La paura. Vide in quel mare.
Ma intanto Mignon canterellava: “Laggiù dobbiamo tonare, mio protettore” e piroettava, e capriolava come un lunare Pierrot, e lui quasi non l’ascoltava e vedeva bocche spalancate in grida soffocate dall’acqua azzurra in gola, nei corpi.
Vide la stessa scena riprodotta su un palcoscenico, e tutto gli sembrò scontato, insopportabile, senza speranza di verità o di redenzione.
Si alzò e scrutò meglio. Ascoltò.
Solo un gorgoglio d’acqua.
Il canto della bambina (quasi una ragazzina, triste) si era trasformato nello scorrere monotono e rinfrescante di una fontanella. Giacevano, di fronte a lui come su un palcoscenico teatrale, in una scena bloccata, ma che non aveva bisogno della riapertura del sipario per accendersi nella mente, pastori acquaiole pescatori che solcavano laghi di stagnola cammelli formaggiai ciabattini donne che governavano galline oche cigni paperette e naturalmente la stella, cometa (e il cielo fuori della stanza diventava più chiaro e botti esplodevano ancora in lontananza) e angeli – piccoli busti colorati color pastello con le loro alette.
“Tornare – ripeté tra sé – ma dove?”. E sentì il tonfo stordente della pigna caduta nel fremito silente della foresta.
“Rivivere” si ripeté, e vide mille scene reincarnate in palcoscenici e in pellicole pulsanti in sale buie, come sogni, più intense e più consolatorie della vita. E rivide i volti di quelli che soffrivano e gioivano e in quella reincarnazione si consumavano.
E poi gli archi dei Servi sfumarono, con il libro, con Mignon, con le luminarie da ipermercato lampeggianti dalla corona di condomini, con la frutta, i fiori, il caffè d’orzo della mattina, gli sconcerti dell’anno e dei tempi. E lo sguardo si fissò sul bambino.
Ora è giunta l’ultima età della profezia *** / Dall’inizio riprende il gran ciclo del tempo
Ora la Giustizia, la vergine, torna / Ritorna il regno della Primavera
Proteggi tu, dunque, ***, il bambino che nasce / Non so dove nasce,
nella grotta nella pioggia / nella catapecchia nella barca sul mare
Sarà lui che metterà fine al principato del Ferro / E sorgerà nel mondo il regno dell’Oro…
At tibi prima, puer, nullo munusculo cultu / Errantis hederas passim cum baccare tellus
Mixtaque ridenti colocasia funder acantho / Ipsa tibi blandos fundet cunabula flores…
… e tutto svanì come con una formula incantatoria, come una ninna nanna che addormenta e risveglia il sogno la coscienza – irta promettente soave.
Buon 2019 a tutti.

il_puer

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