Short Theatre: Erodiàs ama brama trema trama profetiche teste trancia

Erodi+ás_ Federica Fracassi-ph Laila Pozzo 2Attratto dalle delizie settembrine del clima romano, mi spingevo dalle rive del Tevere per l’antico quartiere di Testaccio. Trovai l’ex macello e, attratto per simpatia animale, mi recai a visitare i passaggi tra gli stabilimenti antichi di macellazione, colpito dalla vitelleria e dalla stalla per bestiame domito (ne aveva già parlato su queste pagine, senza lessical precisione, il frettoloso Dottor Dappertutto).

L’odore del troppo sangue versato olezzava alle mie vibrisse, per quanto il luogo fosse stato ripulito e assegnato a nuova funzione. Conservava però gli antichi ganci cui erano appesi i quarti animali squartati, con sentore, per quanto lontano, tuttoggi di morte; di quella fine, quell’annullamento che per contrasto spinge all’affermazione della vita nella sua massima propulsione: al sesso.

Entrai con questo pensiero, da gatto, in un androne e vidi una grande donna, alta forse tre metri, dal largo vestito, con capo mozzo. La testa spuntava dal di lei stesso grembo, con baffi e barbeta di uomo. Con voce femminile declamava nervosa una strana lingua – spagnuolo, latino, dialetto, franciosismi – spezzata in salti vocali, in eruzioni di brame sensuali.

Erodiàs si nomava. Desiderava un uomo che chiamava esoticamente Iokanaan o più domesticamente, alla milanesa, Giuan. Ma lui non ricambiava, perché invasato da un profeta, che sembrava o si dichiarava o forse era un dio. La voglia di eternità di lui lo porta dritto alla morte causata dalle lubriche voglie insoddisfatte di lei, che la scossano, la fanno fuoriuscire dalla grande vesta, la lasciano in corpetto e mutande color carne, intorno all’oggetto tanto desiderato, tanto sognato, sempre ossessivamente agognato, il sesso, quello carnale, di carnazza, di lui.

Si sta raccontando una vita sgrazié, qui, come si dice, sventurnata, una donna ridotta a una cagna –diociguardi, misererenobis – per esser sprezzata, non esser riamata, esser lasciata vuota, che urla, pretende vendetta da un re che si chiamava Eròs, Erode, come lei Erodiàs. Tutto un gonfiare, serpeggiare, brulicare, bruciare di Eros. E lo seduceva, il re, lo induceva a de-testare de-capitare l’amato rubello, facendo ballare la figlia – con pedofilica proiezione insinuerebbero forse oggi i gazzettieri.

La storia di Erodiàs bollente d’amore era stata scritta da un lombardo scrittore che Giuan Testori si chiamava – un uomo annichilito anca lü dal tremore fragile esposto della carne di fronte al mistero di eternità che impone la rinuncia mortifera per la conquista della vita dell’anima.

Era chiusa a strepitare, Erodiàs, al vecchio macello, in una teca – vetro o altro materiale – una vetrina da esposizione, una gabbia che cercava di rompere, con sonoro di vetri infranti o calpestati. Era spasimo, era foia; era uomo e donna, lei, l’amante e l’irraggiungibile amato insieme, o meglio la sua testa barbuta decollata sul corpo, nel corpo di lei; l’amante rifiutata transumanata nell’amato irraggiungibile, Erodiàs e il suo Giuan o il suo distante Iokanaan, con barbeta.

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Era un’attrice sotto teca, davanti a uno di quegli aggeggi che gli esseri umani volgarmente chiamano c**zo, che guarda in terra e cerca il cielo quando spasima per scaricare, per smontare, per esplodere alle stelle il desiderio. Dicevano il suo nome, della fingitrice (molto convincente, invero): Federica Fracassi, dell’impresa Teatro i, congegnatore Renzo Martinelli. Avrei miagolato forte dal piacere per quello che sempre loro, gli umani, con troppa facilità, chiamano trasporto, emozione, viluppo, vortice, sensual smarrimento che diventa qualcosa, nonsocosa, di metafisico. Ma io, per fortuna, sono un felino. Felino filosofo, ma felino. E se la ride il vostro

Gatto Murr

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