Dialoghetto di Ferragosto 2017: dal silenzio voci

Jean-Antoine_Watteau_-_Pierrot,_dit_autrefois_Gilles

Come spesso negli ultimi anni a Capodanno e la notte di Ferragosto, quando il buio si accende di fuochi – feria d’agosto, quando il sole brucia di più e ormai vira verso l’impallidire dell’autunno – sempre più nel gelo d’inverno o sul mare e sulle spiagge mi appaiono voci, si fanno largo dal buio fantasmi, e vorrebbero li ascoltassi. Ho registrato negli anni scorsi queste note – che spesso parlano di teatro, ma non solo / che sempre più di frequente dal teatro vogliono evadere, mostrando insofferenza. Le ho annotate in dialoghetti.

Ultimamente sembrano piuttosto monologhetti, spesso irrelati. Inizialmente paiono risposte agli argomenti avanzati dall’interlocutore, poi, presto, prendono sentieri e ghiribizzi tutti propri. Poli-fonie, discanti, discordi, clamori, contrappunti bestiali. Tanti simultanei parlarsi addosso. Come sempre di più facciamo tutti, ogni giorno.

Il contemplativo. Il cielo oggi è puro, pulito dal vento del nord. Ogni sillaba distillata da una penna, ogni minuto fisso nello schermo del computer è una visione, un attimo di vento e di mare persi.

Il creativo. Solo nel vuoto, nel buio, nella quadratura nera riesco a ricreare il mondo (e a guardarlo). Tutto è visibile, evocabile, tutto è in cammino nel luogo neutro della scena (teatrale, mentale, del delitto…). Ciò che si vede e non è, ciò che non si vede e preme per essere, ciò che è e non è.

Il dialettico. Il teatro si può dare, ambientare nella natura. Riceve vita dal respiro di una piazza e ne sospende la quotidianità in un vagare tra i tempi e le cose, in una sovrapposizione, sostituzione di ieri oggi domani, in uno scontro tra finzione e cose e storia. Oppure porta letteratura e azione, invenzione, in spazi aperti, respirando con essi, trasformandosi e trasformando, creando, tra A e B, il tertium non datur.

Il disilluso. L’inutilità della finzione. L’infungibilità dell’utopia. Perché disegnare altri mondi, e in essi sospendersi? Per sublimare, e quindi negare, l’essente?

L’alchimista (e sua moglie – o suo marito –, l’Angelico Diavolo). Generare oro dal piombo. Mescolare evocare trasformare. Raggiungere l’opus. Per vederlo continuamente inesorabilmente svaporare svanire.

L’utopista. Cercare l’A*. Il tutto in uno, l’uno in tutto, inizio-fine. Il non-ancora-essente (forse il mai solamente possibile).

Il realista. Per negare l’unica cosa che abbiamo disponibile? La vita, con le sue sciagure, le sue meraviglie, le sue banalità, i suoi astratti furori? Travestire le cose, la cosiddetta tangibile realtà (nell’eufemismo, nell’eufuismo)?

Il critico. Nutrirsi della visione dell’artista. Abbeverarsi, come assetato, o come vampiro? Nutrire la visione dell’artista: rilanciarla, cogliere e allargare il mondo che contiene. Il critico come archivista? Il critico come compilatore di infiniti regesti? Il critico come artista? (questa voce a un certo punto si affoga)

L’utopista. Oltre i lacci del mondo…

Il realista. Nei lacci indistricabili, cullanti, delle cose (i due forse vengono o verranno, prima o poi, alle mani)

 Il Minotauro (grazie ad Archivio Zeta). La gioia del labirinto: ogni sentiero in cui mi smarrisco è una danza.

L’uomo inchiodato dal mal di schiena. Come danzare, quando non riesco neppure ad alzarmi, a stabilizzarmi nella posizione eretta, senza terribili dolori?

Le*. Non ci sono. Non sono più con te.

Il commerciante di carne umana. È facile dare a me tutte le colpe. Certo, non sono un angelo. Ma voi, guardatevi allo specchio. Voi li cacciate dalle loro terre desertificate o ipersfruttate. Voi nutrite le speranze del viaggio, del cambiamento. Io sono un medium (quanto vi piacciono i media), a una necessità più che a un desiderio. Voi poi li respingete, li abbandonate, li lasciate morire. Io li accalco, li sfrutto, li disprezzo. Gli apro le porte di un Purgatorio, che può essere scala per l’Inferno o per il Paradiso. Voi li ricacciate all’Inferno o li accogliete con la degnazione e il calcolo elettorale della paura.

(Tutte le altre voci osservano perlomeno un minuto di silenzio. Qualcuno non smette di insultare. Sulla sabbia un uomo panciuto e una signora ben in carne, intanto, giocano a carte)

Il muro. Sono in crisi. So che non servo a molto. Mi sgretolo nel mare.

Il social. Ora vi dico la mia. Intanto ho caldo. Sempre gli stessi argomenti. Guardate che bello. Un’osservazione intelligente. Una idiota. Una spiritosa. Condividi. Il significato vero di Amicizia. Condividi. La crisi dell’Inter. Della Juve. Del Bologna. Performance music party. Parti. Marketing culturale. Indignazione. Le nuvole. Condividi. Poesie. Recensioni. Pubblicità di recensioni. Gatti. Tag. Spam. (Condividi). Bufale. (Fake). Capelli di un nuovo colore. Citazioni. Amici. Amori. Tramonti. Racconti di viaggi. Indignazioni. Pubblicità. Autopubblicità. Workshop. Quando avevo vent’anni e lunghi capelli neri. Ricette. Ricette giuste. Ricette sbagliate. Citazioni filosofiche. Citazioni di canzoni. Citazioni di citazioni. Autopromozioni. Citazioni di registi famosi. C…te. Citazioni di registi intelligenti. Aneddoti. Sondaggi. Borghi belli. Resistenze. Mostrarsi. Selfie. Mettersi in piazza. I sentimenti. Le indignazioni. Sottrarsi.

(Intanto l’uomo panciuto e la signora in carne continuano a giocare a carte)

La*. Il giorno che si scoloraro del gran Fattore i raggi.

La signora in carne che gioca a carte, forse sotto un ombrellone. Scopa. Ho vinto. Il tuo destino, nelle mie mani.

Il silenzio. Ascoltarsi di notte. Nelle onde. Nel fruscio. All’alba. Negli interstizi delle parole utili e di quelle inutili. Nello stupore. Nell’inutile utilità, e viceversa. Nel movimento indecifrabile del nulla verso il divenire. Cancella le parole sovrabbondanti, le chiose saccenti. La vanità scaccia, da te. Chiediti per chi parli e se hanno senso le parole. Ossia. Che senso hanno le parole. Se sono più forti di una briscola a spade o di un asso a denari. Che senso ha quella merce che vendi ogni giorno, che spacci, che spendi. Con cui riempi il tremore, il timore: dell’altro, del vuoto, del non saper guardare, del non saper creare, di te stesso, di non saper comprendere.

Z*. Né mai più toccherò le sacre sponde (tu non altro che il canto avrai del figlio).

L’enigmista. Cosa ci sarà nascosto, continuamente, dietro queste sigle? Un’ipotesi, per favore!

(All’improvviso tutto lo faccio sparire, come è apparso. Come succede ad A* in B*)

Celionati

Un pensiero su “Dialoghetto di Ferragosto 2017: dal silenzio voci

  1. Massimo, veramente, da quanto non ti vedo. Ho desiderio di abbracciarti. Quale che sia la strada che in noi hanno fatto le parole, dove che sia che ci abbiano portato, da dove ci siamo lasciati. Lì, riabbracciarti, e magari niente più.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...